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La medicina: dalle origini a oggi (parte II)
Alla scoperta della Medicina, dalla Preistoria all'Età Moderna
11/09/2017

TARDA ANTICHITÀ

In un'epoca che vide l'ascesa del Cristianesimo, il quale in origine disprezzava il corpo credendolo prigione dell'anima, l'influenza della nuova religione si ripercosse sulla medicina e le uniche testimonianze letterarie furono quelle di origine monastica.

Con la divisione dell'Impero Romano tra Oriente e Occidente, si delinearono in modo marcato le differenze tra i due mondi anche in campo medico: il primo, influenzato dalla cultura greco-bizantina, continua ad adottare una medicina scientifica, d'ispirazione galenica; in Occidente, invece, la magra letteratura latina si arricchì a malapena di qualche operetta sulla terapeutica e nulla piú, tanto più che nel IV secolo, con l'invasione di Barbari e Visigoti, l'impero romano d'Occidente andó in declino e il baricentro si spostó definitivamente ad Oriente.

Bisanzio, originariamente un piccolo porto commerciale, inizió a fiorire e venne scelta da Costantino come sua dimora; cambiò così il proprio nome in Costantinopoli, e in breve attraversó un periodo buio dovuto a violenti scontri religiosi.

La situazione cambiò con Giustiniano, 527-565, il quale riuscì a riunificare parte dell'Impero, a riorganizzare la struttura statale e a codificare il diritto romano nel 529.

In questo contesto, i medici bizantini costituirono una setta galenica e riordinarono gli scritti di Galeno a scopo didattico, costituendo un canone di 16 opere che andavano studiati sistematicamente nella sequenza stabilita.

Il medico pubblico continuava ad essere una figura importante all'interno delle città, godendo di privilegi accordati dall'imperatore stesso. Da ricordare anche la creazione della prima struttura, nota all'epoca come “ospizio per i poveri”, deputata all'accoglienza e alla cura dei malati, la cui nascita fu promossa dal vescovo Macedonio, e che in breve tempo diede il via alla costruzione di parecchie strutture simili, che si arricchirono anche della presenza di chirurghi, infermieri, portantini e aiutanti.

LA CONQUISTA ARABA

Nel VII secolo una gran parte del mondo orientale venne invasa dagli arabi. Muhammad (noto anche come Maometto) riunì le tribú arabe sotto una nuova religione che si diffuse rapidamente, agevolata dalla decadenza dell'Impero romano. I quattro Califfi che succedettero a Maometto furono promotori di una politica espansionistica e nel 643 arrivarono ad occupare Alessandria, l'attuale Afghanistan, l'Uzbekistan, l'India, la Spagna e il Portogallo, per fermarsi sui Pirenei, sconfitti dai galli di Carlo Martello. Contemporaneamente fecero capolino i Turchi, i quali arrivarono a conquistare l'Europa orientale dando vita all'impero Ottomano, il quale, nel 1453, conquistó Costantinopoli mettendo fine all'Impero romano d'Oriente.

Con la conquista araba Alessandria non fu più il centro della cultura medica, ma nonostante ciò i testi galenici furono ampliamente apprezzati, soprattutto in Siria, dove il dibattito teorico divenne acceso, contando numerose critiche a tale insegnamento, sentendosi gli arabi più vicini al modello ippocratico.

La medicina araba viene convenzionalmente divisa in tre periodi: nel primo è prevalente lo studio dei testi greci, nel secondo, definito aureo (dal X al XII secolo) brilló il medico-filosofo Rhazes, il quale lasciò una quantità incredibile di osservazioni cliniche, testi dedicati all'insegnamento dell'arte medica ed un trattato sul morbillo e sul vaiolo, tradotto perfino in Europa. Il terzo periodo, definito della decadenza, vide la ribalta di scrittori che cercarono di separare la medicina dalle scienze naturali, tentando di sottrarle la dignità di scienza.

In questo periodo spiccó Avicenna, il quale arrivò ad influenzare anche la medicina Occidentale con un'opera che divenne una delle piú utilizzate anche in campo universitario: il Canon Medicine. Questa era volta a sistematizzare il pensiero medico e possiamo affermare che fosse tenacemente legato alle idee aristoteliche.

Il sistema medico di Avicenna si basava su fondamenti teorici fisici, metafisici e matematici, mentre i concetti, le quattro cause, gli elementi, i temperamenti, gli umori e le facoltà si rifacevano essenzialmente alla filosofia, alla fisica e alla biologia del mondo antico, d'ispirazione galenica e aristotelica. Avicenna postulò anche l'interazione tra le quattro cause aristoteliche, stabilendo l'unità tra gli organi e le loro funzioni, ma anche la relazione tra il corpo e il mondo esterno.

ALTO MEDIOEVO

Il passaggio tra tarda antichità e medioevo vedeva ancora la presenza di membri del patriziato romano a capo delle singole unità territoriali, i quali, con l'editto di Costantino e la cristianizzazione, erano diventati vescovi. Il monachesimo vede la sua più grande espansione e i monasteri, padroni di una vasta rete di possedimenti, sembravano dei grandi palazzi signorili, in cui però vigeva la ferrea regola spirituale. I territori estranei ai monasteri venivano controllati da laici, per lo più signorotti e vecchi latifondisti.

Nel VI secolo tale struttura sociale subí un cambiamento, causato dalle Guerre Gotiche, dalla peste e da una terribile carestia: tutti questi avvenimenti misero in crisi la società; crisi che culminó con l'arrivo dei Longobardi, la cui dominazione si consolidó alla fine del IV secolo.

Tra il IX e il X secolo le proprietà terriere vennero organizzate in feudi, ognuno dei quali ruotava intorno ad un castello, costruito a difesa degli attacchi ungari, che devastarono l'Italia fino al 955.

Per quanto riguarda la medicina, i medici laici continuarono la loro opera, ma la cultura medica fu conservata nei monasteri, grazie all'opera dei copisti e degli infirmarii, luoghi di ricovero e cura dove monaci-medici si occupavano dei confratelli. La già magra letteratura medica, subì un'altra notevole contrazione a causa della scelta operata dagli scriptoria monastici nel copiare le varie fonti, per cui ciò che rimase fu una sterile raccolta di rimedi terapeutici. Al contrario in Occidente, i testi ippocratici e galenici continuarono ad esser tradotti e tramandati.

Dopo il X secolo, quando la carestia lascerà il posto all'abbondanza, comincerà a farsi sentire nuovamente l'esigenza dei medici di acquisire uno status sociale diverso.

IL BASSO MEDIOEVO

Dopo il Mille si assiste ad una rinascita dell'Occidente, caratterizzata da una ripresa della signoria terriera da un lato, e dal conferimento, dall'altro, di un maggior potere contrattuale ai contadini. La prosperità economica pone l'accento su nuovi bisogni della popolazione, per cui diviene necessaria una divisione sociale del lavoro e la città, in quanto fulcro di rapporti umani ed esperienze creative, diviene essa stessa un prodotto culturale, nonostante il dislivello tra le diverse classi sociali si faccia sempre più accentuato.

In una società divenuta così complessa, i ceti in ascesa sentiranno sempre più la necessità di possedere strumenti di calcolo, lettura e scrittura, a cui le città maggiori (Bologna, Parigi, Oxford..) risposero con la nascita delle prime Università.

Mentre nell'Alto Medioevo mancava la cultura scientifica della Medicina, tra l'XI e il XIII secolo si ebbe un'inversione di tendenza, partendo dal tentativo dei medici salernitani di tramandare l'insegnamento medico, grazie alla disponibilità di testi arabi di medicina.

All'epoca viveva a Salerno un tale Gerolamo, famoso per la sua immensa biblioteca medica, e nella vicina Montecassino Costantino l'Africano tradusse numerosi testi arabi: trattati di dietetica, patologia, farmacologia e due opere che senza dubbio rappresentano i testi più importanti da lui tradotti, la “Ysagoge” di Giovannizio e il “Pantegni”, una libera interpretazione del “Libro regale” di Haly Abas, di ispirazione galenica, destinato a essere la colonna portante per il “Liber Canonis” di Avicenna.

Grazie a questa enorme disponibilità di testi, i medici salernitani iniziarono la loro “battaglia” per il riscatto della medicina teorica che venne introdotta nuovamente tra le scienze riconosciute all'epoca.

Questo fu un passo fondamentale, come anche la creazione di una solida base teorica, per introdurre la medicina nelle nascenti università.

Oltre Montecassino, un altro centro nevralgico per la medicina fu Toledo, dove molto attiva fu la traduzione di testi medici e non solo, grazie all'arcivescovo Raimondo.

Un altro passo importante nell'insegnamento medico avvenne tra il 1270 e il 1320, quando nel pensiero europeo si fece avanti l'aristotelismo che ben presto entrò nelle università e fu applicato alla scienza medica; questo peró reintrodusse la disputa su come considerare la medicina, arte (come sostenuto da Aristotele) o scienza.

Il dibattito veniva acceso dal fatto che la medicina, comprendendo una parte pratica, non veniva assunta alle scienze classiche, anche se tale parte operativa era in realtà inscindibile da quella teorica. Tale discussione divenne addirittura un topos obbligatorio nei commenti ai vari trattati medici.

Nello stesso periodo furono introdotti nuovi testi per l'insegnamento, come il “Liber canonis” di Avicenna, riconosciuto come indispensabile per la pratica medica e chirurgica, ma anche per la filosofia naturale.

Dal XIII secolo iniziò anche a diffondersi l'abitudine di redigere i “Consilia”, dei piccoli trattati su casi reali o immaginari per discutere circa una particolare patologia, i suoi sintomi ed il relativo trattamento. I Consilia ebbero grande successo ed iniziarono ad essere copiati a scopo didattico e informativo, con il risultato che anche la parte pratica della medicina iniziò ad esser vista con un altro occhio.

All'apice della crescita economica, che in Italia vide la crescita dei Comuni mentre oltralpe la formazione degli Stati Nazionali, l'arrivo della peste nel 1348 fece piombare molte città in un periodo di declino, sancendo di fatto la fine del Medioevo, anche se questo viene scolasticamente fatto terminare con la scoperta delle Americhe. In un epoca di epidemie, la pratica medica divenne essenziale e soppiantó quasi del tutto la teorica, ritenuta esclusivamente propedeutica.

Importante sottolineare che, essendosi affermata la figura del medico erudito, grazie all'insegnamento universitario, tutte le figure che in passato si erano arrogati il diritto di esercitare la medicina, come vetule, barbieri, alchimisti e ostetrici, furono banditi, non avendo seguito regolarmente il corso di studi e non appartenendo alla corporazione medica, per cui la loro pratica fu dichiarata illegittima.

In quest'epoca il medico acquisì potere sociale e politico e dovette imparare a proteggersi dalle figure che esercitavano illegalmente la professione, cercando di distinguersi da esse; per tale scopo iniziarono ad adottare una serie di segni per identificarsi, che essenzialmente si estrinsecava nell'abbigliamento e nel rapporto con i malati. Un elemento che non poteva assolutamente mancare era il libro, simbolo di cultura e di agiatezza, per cui i medici iniziarono ad esporli nei propri studi. Anche l'abbigliamento divenne distintivo: un robone rosso, una pelliccia al collo e al capo un berretto di foggia varia. Anche la visita medica era un vero e proprio rituale; questa iniziava con i parenti che si recavano nello studio del medico portando il “segno della malattia”, ovvero le urine del malato, usate stabilire la gravità della malattia grazie ad un'attenta osservazione delle sue caratteristiche fisiche (colore, eventuali corpi solidi...). Il medico quindi pattuiva una visita domiciliare per iniziare la fase diagnostica vera e propria, a cui seguiva la prognosi e la terapia. Durante la visita il medico, dopo aver raccolto tutte le notizie sulla malattia, tastava il polso del paziente e a volte ripeteva l'esame delle urine o palpava il paziente. La visita, svolta in modo da mettere in luce la cultura del medico, serviva a differenziarlo dagli illeciti concorrenti e a far pagare un cospicuo onorario. L'alta retribuzione, peró, favorì la nascita di un'immagine avara del medico; l'esempio più celebre resta senza dubbio quello di Taddeo Alderotti (1223-1295), professore di medicina a Bologna, il quale in età avanzata salí la scala sociale, quando da venditore di candele divenne medico e poi professore, accaparrandosi una fama tale da esser ritenuto l'Ippocrate italiano. Taddeo, approfittando della sua incredibile fama, esigeva salari molto cospicui, favorendo l'immagine del medico che sfrutta le disgrazie altrui per arricchirsi.

Nonostante la letteratura non sia ricca di testimonianze in proposito, la medicina medievale di certo non spiccava per efficacia. Prima della peste del 1348, la medicina aveva probabilmente efficacia solo nelle patologie di cui si aveva conoscenza da lungo tempo e per le quali erano stati sperimentati diversi rimedi. La situazione rimase immutata nonostante le nuove scoperte scientifiche in campo anatomico, fisiologico e patologico; anzi, con la messa in discussione delle basi scientifiche tradizionali, il medico divenne ancor di più un empirico somministratore di purghe e salassi, almeno fin quando non si arrivò alla sintesi chimica di nuovi farmaci e, grazie all'introduzione dell'anestesia e dell'asepsi, ampliare lla pratica chirurgica, ovvero alle soglie del XX secolo, quando il medico e la medicina avrebbero assunto le caratteristiche che ad oggi sono a tutti note.

Chiara Fichera
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Appassionato
30 Anni
Medico Chirurgo
Catania
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